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Il pane cafone di Napoli

di Marco Mioli
pane-cafone.jpgNei salotti buoni di Napoli oltre che nella stessa corte borbonica, la lingua ufficiale e anche quella più utilizzata era il francese, un po’ perché Napoli era capitale importante e crocevia di diverse culture, un po’ perché a quell’epoca di fatto il francese era la lingua della diplomazia come oggi è l’inglese.
Ma la Napoli più autentica, quella del Rione Sanità o dei Quartieri Spagnoli parlava e utilizzava un’altra lingua che era chiamata “cafone” forse proprio per evidenziarne l’origine più plebea ma certamente per rappresentarne meglio l’anima più partenopea.
Poiché tutto, da sempre a Napoli, è collegato al vivere stesso di tutti i giorni, questo modo di esprimersi “cafone” diventò anche un pane ossia appunto il pane “cafone” ovviamente venduto a prezzi bassissimi proprio per contrastare anche da un punto di vista commerciale le altre forme di panificazioni presenti fra cui non poteva mancare anche quella del pane cosiddetto francese.
Il pane “cafone” semplice e modesto ha ripercorso in un certo qual modo la storia stessa di Napoli arrivando nel tempo e col cambiare degli eventi ad essere di fatto uno dei tanti emblemi della cucina partenopea e ancora di più della napoletanità a 360°, quindi non solo limitata alla zona della città ma allargata, di fatto, a tutte le zone del mondo ove sono presenti importanti gruppi originari del capoluogo della Campania.
Quindi non vi dovete stupire se anche a New York o in Australia è possibile trovare in alcuni ristoranti questo particolare tipo di pane rustico a forma allungata nella tradizione stessa di tutte le forme di pane considerate più o meno casereccio delle varie zone o regioni del nostro Paese.
La ricetta del pane “cafone” è semplicissima e antica quanto Napoli e anche il prezzo è tuttora molto basso. Ormai questo tipo di pane è una forma quasi d’identità culturale ritrovabile in molte rassegne fieristiche come Sapeur di Forlì ove appunto questo pane “cafone” era in bella evidenza negli stand partenopei.

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